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giovedì 17 aprile 2014

Il cavaliere che aveva un peso sul cuore di Marcia Grand Power


Che io possa avere
la SERENITA' per accettare ciò che non posso cambiare
il CORAGGIO di cambiare ciò che posso
e la SAGGEZZA per capirne la differenza

Questa recensione non sarà come le altre, perchè questo libro non è come gli altri che ho letto, quindi è impossibile che sia una recensione come le altre. Tempo fa lessi "La principessa che credeva nelle favole. Come liberarsi del principe azzurro." Non scrissi una recensione, ma una riflessione personale, e di nuovo eccomi qui a fare lo stesso. I libri di Marcia Grand Powers non sono storie di cui si possono analizzare i personaggi, ma testi che aiutano l'introspezione.

Il cavaliere che aveva un peso sul cuore è un libro "magico" che aiuta anche a cambiare punto di vista. Il libro afferma una cosa molto semplice: a tutti a questo mondo capitano cose orribili, si presentano difficoltà e imprevisti e tante altre cose difficili da superare, e quando non è possibile cambiarle, deprimersi o arrabbiarsi serve a ben poco, quello che invece serve è cambiare punto di vista.

Il nostro cavaliere infatti è stato mollato dalla moglie e in seguito anche dalla fidanzata, e il proprio figlio, su cui aveva riversato tante aspettative, non vuole seguire le orme di famiglia. Il cavaliere è infuriato, amareggiato e ferito, e il suo cuore si appesantisce, nel suo caso letteralmente. Per alleggerirlo, Doc, il famoso gufo dottore già incontrato nel libro "La principessa che credeva nelle favole. Come liberarsi del principe azzurro", gli prescrive la serenità e così l'uomo inizia un viaggio sulla strada della serenità che è tutt'altro che perfetta, ma appare invece piuttosto accidentata e piena di ostacoli. La prima cosa che impara è che ci sono situazioni che non è possibile cambiare, le cose a volte sono quel che sono e quindi tutto quello che resta da fare è cambiare prospettiva per valutare le cose in un altro modo. Perchè se è vero che non abbiamo il controllo sugli eventi, è altrettanto vero che lo abbiamo su ciò che pensiamo di essi.

In questo libro al cavaliere viene insegnato a pensare in modo "lineare", a mettere tutto nella giusta prospettiva. Gli viene insegnato che ci sono eventi che possiamo cambiare e che per farlo dobbiamo tirare fuori il coraggio e che ridere delle situazioni e di se stessi a volte può fare immensamente bene. Il libro insegna anche a non lasciarsi andare all'autocommiserazione, quanto meno non a lungo, perché può diventare un "luogo fisso in cui vivere".

Il libro mostra anche che le più grandi difficoltà, una volta superate erano in realtà lontane solo un passo e assai meno immense di quanto sembravano all'inizio. Bisogna accettare l'incertezza e fare il salto, per così dire. E se a volte il libro appare decisamente troppo buonista e eccessivamente, irrealisticamente positivo, niente toglie che le favole a volte devono esserlo.

venerdì 21 febbraio 2014

Comics Therapy



Ho recentemente letto un articolo in inglese (perciò mi perdonerete spero se ci saranno errori dovuti a incomprensioni) che parlava dell'uso dei fumetti e dei supereroi nella terapia con i bambini. Questo metodo è stato usato negli USA, dove la Marvel è iper conosciuta e sono ampiamente diffusi i comics (cioè i fumetti di super eroi ecc...), che fanno praticamente parte della cultura americana un pò come i manga fanno parte di quella giapponese. 
L'articolo inizia parlandoci di un bambino che nello studio di uno psicologo usa dei giocattoli per rappresentare una situazione. Questa scena è, per chi ha studiato psicologia dello sviluppo, abbastanza normale da leggere. Ma quello che sorprende, o almeno quello a cui è stato dato un significato particolare da quello psicologo è l'uso delle bambole. Infatti il bambino stava usando Batman, Spider-man e Superman per sconfiggere un drago imprevedibile, il quale veniva poi salvato dal cadere da un precipizio da Wonder woman... Sinceramente leggendolo ho trovato la cosa divertente, il fatto che il bambino proiettasse (a detta dell'articolo) l'immagine di sua madre su Wonder woman poi mi appariva abbastanza divertente e positivo. 
A quanto dice l'articolo la prima ad usare i personaggi dei fumetti in una terapia è stata una neuropsichiatra infantile di nome Lauretta Bender, la creatrice, tra le altre cose, del Bender Visula Motor Gestalt Test. Questo test, conosciuto anche solo come Bender-Gestalt Test, si occupa per l'appunto di valutare l'abilità visuo-motoria nei bambini, eventuali regressioni, disordini dello sviluppo o danni celebrali collegati a queste. Di fatto il test è stato usato in un'ampia quantità di ambiti che vanno dallo stabilire il QI non verbale all'uso come strumento proiettivo per valutare la personalità (per approfondire andate su Opsonline). Non sto a scendere troppo nello specifico, non mi sembra il caso visto quale volevo fosse il tema dell'articolo, ma aggiungo solo che di questo test esiste un adattamento italiano a cura di Giusti OS.
Comunque continuando a leggere l'articolo di cui ho accennato all'inizio ho scoperto che esiste una piccola cerchia di terapeuti negli USA che usa non solo i personaggi, ma proprio i fumetti nella terapia. 
L'idea di fare questa cosa è venuta a quanto pare al dottor Patrick O'Connor che, mentre lavorava con alcuni bambini in affido, ebbe l'idea di inserire elementi della così detta cultura "Geek" in alcune sue sessioni. L'uomo infatti notò come la storia di Batman e Robin si prestasse bene alla situazione in cui i bambini si trovavano. Infatti in una delle tante storie di quel fumetto, il trapezista Dick Greyson (che poi diventerà Robin) dopo aver perso tutta la sua famiglia per colpa del cattivo di turno, viene adottato da Bruce Wayne. In particolare O'Connor nota come inizialmente Dick fosse molto avverso al supereroe, tendendo a contrastarlo e a non ascoltare in quanto lui non era il suo vero padre, e come poi questo finisca comunque per diventare una guida per lui.
O'Connor si è quindi chiesto se non ci fossero altri fumetti con storie simili, e avendo comunque bisogno delle storie complete dei fumetti da poter usare nelle proprie terapie hai iniziato a fare ricerche. Come, vi chiederete? Forse è meglio chiedere dove e la risposta è ovviamente "in fumetteria"! O'Connor ha iniziato a leggere un gran numero di fumetti, creandosi in questo modo una vera e propria "cultura fumettistica"... mi chiedo se magari abbia letto anche qualche manga, giusto per il piacere di farlo (anche se probabilmente quelli non gli sarebbero stati utili). 
Comunque sia, alla fine, questo dottore ha riversato tutta la sua conoscenza Comics-"esca" in un sito, comicspedia.net, dalla grafica molto essenziale e funzionale, dove oltre il riassunto di una quantità infinita di fumetti come "Batman", "X-man", "Spider-man", "The Avengers", "Daredevil", "Lanterna verde", "I fantastici quattro" e chi più ne ha più ne metta, ha anche messo alcune idee su come usare questi fumetti. Ogni fumetto fa infatti riferimento a temi psicologici specifici che possono essere usati come metodo di identificazione.
In effetti se pensiamo un attimo alle storie dei fumetti, molte se non tutte fanno riferimenti a temi come la perdita delle persone amate, l'affrontare le proprie paure o l'essere diversi dagli altri e il sentirsi quindi inadeguati (due temi che in adolescenza fanno un po' per tutti da padroni).
Tra le idee proposte ci sono il far leggere durante la seduta un albo a fumetti con tematiche collegate alla storia del paziente o il creare insieme al paziente nuovi supereroi e super-cattivi, di cui il paziente stesso dovrà descrivere la storia, il carattere, i personaggi a lui associati ecc... e dovrà descrivere anche il modo in cui questo personaggi interagirebbe con lui. Mentre la prima idea che ho scritto dovrebbe servire a mantenere un alto rapporto con il paziente (di nuovo vi conviene sbirciare l'articolo in inglese, magari con l'originale vi suonerà più chiaro), l'altra dovrebbe favorire una discussione durante il processo creativo.
O'Connor afferma che l'uso di questo metodo ha aiutato a far emergere diverse problematiche profonde nei suoi pazienti, non solo nei bambini, che ne hanno tratto giovamento.
L'articolo continua parlando di altri terapeuti (Lawrence Rubin, Bender,Stive Kuniak ecc..) che usano questo metodo e del fatto che non sono presenti molte ricerche che lo riguardano.
Un'altra nota interessante, sempre presente nell'articolo, riguarda Bander che in un processo si trovò a dover difendere la valenza positiva dei fumetti, che erano invece accusati di istigare i bambini alla violenza.
Interessante notare anche che la DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency, cioè l'agenzia per i progetti di ricerca avanza della difesa) ha in piedi un progetto di riabilitazione per militari con stress post-traumatico che prevede l'utilizzo di fumetti nella terapia (anche se a onor del vero riguarda la creazione di fumetti, non l'uso di quelli esistenti).
Il famigerato articolo, ovviamente in ingelse, lo trovate su The Daily Beast

In Italia questo metodo non è molto conosciuto, ma qualcosa qua e là sull'argomento si trova. Premetto che io faccio ricerche sull'argomento da un'ora al massimo, quindi è assolutamente possibile che facendone di più approfondite venga fuori che come metodo è usatissimo. Ne dubito fortemente ma tutto è possibile!
Tornando al punto: nella letteratura in italiano qualcosa è presente. I libri che ho trovato girando su internet sono "Manuale di psicologia del fumetto. Eroi di carta e lettori appassionati" di Marco Minelli e "Conoscere l' adolescenza - Il fumetto come strumento per la diagnosi e la terapia" di Guido Crocetti. Entrambi i libri hanno prezzi accessibili.
Qua e là su internet invece si trovano vari articoli, non troppo ricchi, che facevano riferimenti a questo metodo che non coinvolge soltanto i comics,  ma anche i manga (ossia i fumetti giapponesei! I miei amati!).
Se infatti fumetti come Topolino, Paperino o i Puffi nei più piccoli insegnino la cooperazione e l'importanza delle interazioni; manga come Dragonboll e Ranma 1/2 dovrebbero far emergere la competitività e aiutare nell'accettazione del diverso (ricordo che a causa di una serie di circostanze, il protagonista di Ranama 1/2 quando si bagnava con l'acqua fredda diventava una donna e suo padre un panda). Dylan Dog dovrebbe invece servire ad esorcizzare la paura delle persone, del diverso, del sangue e del buio. Sono incerta se anche in questo caso, come in molti, il buio sia un simbolo della morte...
E i Peanuts? Beh, loro, che si limitano a sembrare un fumetto per bambini, ma in realtà non lo sono, negli adulti impersonano quei desideri e bisogni infantili, nonchè le nevrosi, presenti nella persona e in questo modo aiutano ad avere una maggiore consapevolezza di sè.
A questo elenco io mi permetterei di suggerire a chi si occupa di queste terapie (ma che probabilmente non leggerà mai questo articolo, tanto per cambiare) di dare uno sguardo al manga Life di Keiko Suenobu, che affronta i difficili temi dell'autolesionismo e del bullismo.
Concludo l'articolo con una notizia che ho trovato riportata un po' dappertutto: a Cesena dal 2006 l'associazione Barbablù organizza laboratori di fumetti con bambini che presentano difficoltà cognitive, lievi forme di autismo, dislessia o disgrafia. Gli psicologi hanno verificato come grazie allo studio dei personaggi di fumetti e manga sia più facile per alcuni bambini con questi problemi concentrarsi e acquisire concetti.


Per consultare gli articoli originali in italiano riferiti a quanto riportato:
La Repubblica
Nuove arti terapie
Psicoterapia Firenze
Blog di benessere.guidone


lunedì 28 ottobre 2013

Le mele sono buone

Nel libro "La principessa che credeva nelle favole - Come liberarsi del principe azzurro" c'è un'analogia in cui, con un certo imbarazzo, mi sono ritrovata molto.

La principessa, intrapreso il viaggio per cercare la verità arriva nel paese delle illusioni (o nel campeggio o quel che è) trova conigli che non saltano perchè convinti che gli altri lo sappiano fare meglio di loro, uccellini che non cantano perchè il canto dei loro simili gli sembra più intonato, tartarughe scontente di avere un guscio e un melo che in mezzo ai peri si rifiuta di fare i frutti perchè i suoi sono diversi. 
Nella descrizione di queste insicurezze, di queste incertezze, mi ci sono ritrovata tantissimo. L'essere diversi da quelli che ti circondano, l'aver paura di non riuscire a "saltare abbastanza in alto" come fanno gli altri, penso in un certo senso abbia fatto parte di tutta la mia vita. Così niente mele, se tutti intorno sono peri, le mele sono così diverse che davvero non possono che essere considerate "sbagliate".

Ma un melo può fare solo mele e in questo non c'è niente di sbagliato, considerare la cosa uno sbaglio e tentare di essere un pero è solo una sofferenza inutile. Perciò meli di tutto il mondo, insorgete! Non importa quanti peri o banani o cocchi vi circondano. Indubbiamente c'è a chi le vostre mele non piaceranno, ma ci saranno altri che le ameranno pazzamente! Questo perchè le mele sono buone e non devono essere pere per esserlo. Siate orgogliosi dei vostri bellissimi fiori e ancor di più dei vostri buonissimi frutti. Siate meli insomma, e siate orgogliosi di esserlo! E ricordate che, come dice il mago del paese di ciò che è, quando permetti ai giudizi degli altri di essere più importati dei tuoi finisci per cedere loro il tuo potere. 
Il problema di tutto questo però non è capirlo razionalmente, ma sentirlo. Viverlo. Non basta pensare "sono felice di essere un melo", devi esserlo davvero. Un modo è fingere finchè non diventa vero. Sorridi, sii fiero dei tuoi bei frutti che siano essi rossi, gialli o verdi. Non aver paura di intonare un cando o di fare un salto, non importa se non arrivi in alto, pensa a cosa provi quando spicchi il salto, alla sensazione di essere in aria, il resto è un inutile zavorra che ti fa solo stare male. E se anche cantando prendi tante stecche, finchè quel canto ti fa sentire bene intonalo: il mondo non crollerà solo perchè non è perfetto. 

lunedì 21 ottobre 2013

Il piccolo principe (storia e riflessioni di una lettrice)

Da bambina odiavo la lettura. Ero una di quelle bambine che leggono al massimo qualche fumetto, preferiscono i cartoni e trovano i libri qualcosa di immensamente noioso. 
Alle medie avvenne l'inevitabile: la professoressa ci dava da leggere un libro al mese più o meno e da farci una scheda riassuntiva. Io che odiavo leggere mi trovai a doverlo fare mensilmente con un libro di mia scelta. Già allora amavo il fantasy e non volevo proprio saperne di leggere altra roba, men che meno libri realistici e deprimenti come (e lo dico con tutto il rispetto trattandosi di una testimonianza) il diario di Anna Frank. Allora ripiegai sull'unica cosa  disponibile che rientrava vagamente nel mio genere: i libricini di piccoli brividi. Ogni tanto erano intervallati da qualche altro libro fantasy che trovavo fortunatamente in giro, ma che troppo spesso risultava noioso e poco accattivante.
Dopo tre anni di medie passate a leggere forzatamente, nell'estate della terza media che mi separava dalle superiori accadde una cosa che mi lasciò perplessa: mi mancava leggere. Così feci l'unica cosa che potevo fare: comprai dei libri. Quello era l'anno in cui andava di moda Nefer (una palla gigantesca), ma fortunatamente comprai anche Harry Potter che mi conquistò totalmente. Continuai a leggere quella saga, intervallata da altri libri. Non avendo letto da piccola ero molto curiosa di tutti quei libri che di solito si leggono da ragazzi. Fu così che mi ritrovai a leggere "Le avventure di Tom Sowers", "Le favole dei fratelli Grimm" e "Il piccolo principe".
La prima volta che presi in mano il minuscolo volume illustrato del piccolo principe ero convinta di trovarmi
davanti a una semplice favola, ma quando iniziai a leggere mi resi conto che non era proprio così. Per chi ha letto il piccolo principe sa già che leggerlo da bambino o da adolescente fa un enorme differenza. Per un bambino la storia è solo una favola, non troppo coinvolgente, ma carina. Per un adolescente e anche per un adulto leggere questo libro vuol dire leggere un insieme di metafore, allegorie e piccole verità che ai bambini appaiono ovvie e che crescendo si dimenticano.
"Il piccolo principe" è, come scrisse una volta la Kenyon, un libro che parla di grandi speranze, di coraggio e di sogni.
In giro su internet si trovano citazioni di ogni genere di questo libro. Le più riguardano la parte della storia in cui il piccolo principe incontra la volpe, la quale fa notare più volte che gli uomini hanno da tempo dimenticato come si fa ad "addomesticare" qualcuno, come cioè si crea un legame vero con una persona. Legarsi veramente a qualcuno richiede tempo e questo in quest'epoca in cui tutto si muove troppo velocemente per essere afferrato o trattenuto, in cui persino le cose che contano si tenta di farle il più in fretta possibile senza veramente gustarsi niente, appare quasi impossibile. Il tempo per legarsi a qualcuno, per farlo veramente, senza fretta, per conoscere davvero e per amare davvero, anche con la consapevolezza che quel legame potrebbe non durare a lungo. Questo tempo sono poche le persone che se lo prendono oggi. Alcune hanno troppa paura di soffrire, altre sfiorando la superficie di chi hanno attorno e credono di aver creato in questo modo un legame quando quello che hanno è solo un sottilissimo filo che continua a rompersi ogni volta che viene tirato anche solo un po'. Le più ostinate continuano a tentare di riannodarlo a  fatica, illudendosi forse che nodo dopo nodo possa ispessirsi.
"Il piccolo principe" è anche un libro che sprona ad avere coraggio, a non farsi fare affossare dai propri insuccessi, ma ad avere il coraggio di rialzarsi e di provarci ancora una volta; è un libro che sprona ad avere fiducia, a non abbandonare la speranza, ad inseguire i propri sogni... 
Il tutto raccontato sotto forma di una semplice favola per bambini...


Una piccola nota a parte riguardante questo libro: Claudio Risè, nel suo libro "Maschio amante felice", fa notare che il piccolo principe è di fatto una perfetta allegoria dell'Eterno Fanciullo, un archetipo, dice Risè, che sbarra la strada al diventare uomini. In effetti il piccolo principe lascia ancora ragazzino la Terra, per tornare nel suo pianeta, dalla sua piccola e fragile rosa, "un altro fanciullo che non diventerà mai uomo" (p. 18).

martedì 15 ottobre 2013

Sheldon Cooper e la sindrome di asperger

Per il fan del telefilm comico "The big bang Theory" appare abbastanza chiaro che Sheldon, uno dei protagonisti, non è del tutto normale. A onor del vero c'è da dire che nessuno degli altri personaggi appare poi troppo normale, sopratutto gli altri tre nerd: Koothrappali, Wolowitz e Hostader. Tutti e quattro sembrano avere discreti problemi nelle interazioni sociali. Tuttavia il nostro Sheldon, personaggio preferito dai più, appare in questo senso una sorta anomalia cubica.
Nella serie viene spesso ribadito che Sheldon ha un problema, persino la madre dice che avrebbe dovuto portarlo da uno specialista quando era piccolo. Di fatto Sheldon Lee Cooper è il personaggio più divertente e in qualche modo carismatico dell'intera serie, non che il più amato. Se in parte questo è dovuto all'attore(Jim Parsons) incredibilmente bravo ed espressivo, dall'altra è anche dovuto ad alcune caratteristiche del personaggio.
Si è spesso teorizzato che Sheldon avesse la sindrome di Asperger, ma i produttori non hanno mai dato una definizione al comportamento del personaggio, perciò tutto quello che abbiamo sono presupposizioni.
Tuttavia...
Tuttavia durante il mio tirocinio mi sono trovata a leggere un libro sulla sindrome di Asperger (nello specifico: Guida alla sindrome di Asperger. Diagnosi e caratteristiche evolutive di Tony Attwood e E. Gonella) e mi è venuta un'idea: mi sono segnata le caratteristiche tipiche degli Asperger e mi sono riguardata alcune puntate di The Big Bang Therory sottolineando poi i comportamenti adottati del personaggio che erano presenti nell'elenco delle caratteristiche precedentemente segnate.
Riporto brevemente l'elenco di alcune caratteristiche, presenti anche in Sheldon:

  1. Non è consapevole delle regole sociali (ad esempio quando ha parlato di una confidenza che Leonard gli aveva fatto riguardo a Penny, proprio davanti a Penny!)
  2. Tende a offendere o infastidire le persone senza volerlo (praticamente in tutti gli episodi)
  3. Difficoltà a mostrare empatia perché confuso dai sentimenti che provano gli altri  (come sopra)
  4. Il linguaggio può risultare pedante in quanto tende a lanciarsi in lunghi monologhi (di nuovo, come sopra)
  5. Incapacità di comprendere i segnali di disagio dell'ascoltatore (praticamente qualunque conversazione avuta con Penny!)
  6. Uso di parole inventate (vi ricordate il canolipo?)
  7. Tendenza ad interpretare letteralmente ciò che dicono gli altri, senza capire i significati nascosti o doppi sensi (ad esempio la sua incapacità di capire il sarcasmo o l'ironia)
  8. Tendenza ad accumulare oggetti o/e informazioni (nel suo caso fumetti e qualunque gadgets legato ai fumetti e a Star Trek)
  9. Incapacità di uscire dalla routine (si vede bene nell'episodio in cui Penny va a dormire sul loro divano)
  10. Bisogno ossessivo di ordine (chiaro in uno dei primi episodi, in cui entra in casa di Penny di soppiatto per riordinare)
  11. Incapacità di comprendere o dire le bugie (anche qui gli esempi su Sheldon si sprecano)
  12. Incredibile memoria a lungo termine
  13. Mancanza di flessibilità di pensiero, incapacità di adattarsi alle situazioni  (parliamo del suo posto sul divano???)
  14. Tendenza a crearsi mondi immaginari (vi ricordate l'episodio con Koothrappali in cui parla brevemente della sua città immaginaria, dove va quando vuole rilassarsi?)
  15. Immaturità affettiva e sociale 
Ovviamente ci sono tante altre caratteristiche sia del personaggio, che della sindrome di Asperger che non ho elencato. Ci sono caratteristiche della sindrome di Asperger che non ho notato nel personaggio come ad esempio la difficoltà di seguire la conversazione quando sono coinvolte più persone o la presenza di difficoltà di lettura. 
Riassumendo sembrerebbe proprio che Sheldon sia un'Asperger, ed in un ultima analisi è proprio quello che ce lo fa amare tanto XD

venerdì 11 ottobre 2013

Tutto quello che volevate sapere sugli amici immaginari ma non avevate mai osato chiedere

Ho scritto una tesi (la mia tesi di laurea) sui compagni immaginari, e volevo giusto giusto farci un articoluccio. Non sulla tesi, ovviamente, ma sull'argomento.
Prima di tutto cosa sono i compagni immaginari? Beh, essenzialmente io li identifico come un qualunque amico nato dalla fantasia del bambino, sia esso un oggetto come un peluche, che una creatura del tutto inventata che non ha base oggettiva. Ovviamente deve avere un nome, il bambino deve esservi affezionato, e infine il suo piccolo creatore deve essere consapevole che questo suo amico, visibile o meno, è solo una sua fantasia. Se questi criteri sono soddisfatti allora si parla di compagni immaginari.
Ovviamente di definizioni per compagni immaginari ce ne sono tante quante le stelle, essenzialmente si raggruppano in quelle che come me includono gli oggetti personificati nella definizione e in quelle invece che per compagni immaginari intendono unicamente degli amici invisibili, totalmente astratti.

Calvin and Hobbes by Whatherson

Stranamente, ma forse non troppo, le persone tendono ad essere più allarmate quando un bambino parla con un amico invisibile, che con un peluche dotato di nome proprio e personalità, ma il fenomeno è, secondo alcuni autori, sostanzialmente lo stesso.
Nel suo libro "Imaginary companions and the children who create them." Marjorie Taylor fa notare che questo peluche/bambola/cuscino/tenda/disegno è solo una base su cui il bambino proietta il proprio compagno immaginario, che può poi avere un aspetto totalmente diverso da quello dell'oggetto stesso.
L'avere un compagno immaginario è del tutto normale per i bambini, si è visto infatti che la presenza di questi amici inventati varia dal 30% al 70% nella popolazione a seconda del campione e della definizione (Taylor, 1999). Non c'è quindi assolutamente da allarmarsi se un bambino ne ha uno (o molti), anzi la presenza di questo amico dimostra che il bambino con cui abbiamo a che fare è molto creativo, nonché intelligente: ha trovato una soluzione alternativa e potenzialmente geniale a qualunque fosse il suo problema, che si trattasse di noia, difficoltà ad accettare un cambiamento, paura di animali, esprimere la propria rabbia o il bisogno di interagire con qualcuno della sua età. Il bambino ha letteralmente inventato le risorse per fronteggiare la situazione: si è creato un amico con cui giocare, contro cui urlare, che lo supporta nelle difficoltà, lo ascolta, lo accetta e gli permette di dominare la situazione. (Fraiber, 1979; Pines, 1979; Gallino, 1992; Taylor 1999)
Per quanto riguarda la paura che i bambini che hanno un suddetto amico siano timidi, introversi o chiusi, con problemi a socializzare, permettetemi una rassicurazione: questa paura è infondata. Al contrario sembra che questi bambini siano non solo molto socievoli, ma tendono anche a essere identificati dai loro compagni come leader (Gallino, 1992). Sembrano in oltre essere più creativi dei loro coetanei, possiedono una miglior capacità di concentrazione, sono più pazienti e hanno maggior capacità di mantenere l'attenzione (Taylor,199)
Insomma, avere un compagno immaginario per il bambino è assolutamente positivo. Io personalmente non ne ho mai avuto uno, ma ne sono totalmente affascinata. 


mini bibliografia
Fraiberg, S. (1959). The Magic Years. New York: Scribner. (Trad. it. Gli anni magici Armando Editore, Roma, 2010)
Giani Gallino, T. (1992). Il compagno immaginario nel processo di socializzazione.  in D'Alessio, M. (a cura di).  Psicologia dell'età scolare. Roma: La Nuova Italia
Pines, M. (1979). I compagni invisibili, Psicologia contemporanea, 34, 8 – 13
Taylor, M. (1999). Imaginary companions and the children who create them. Oxford: Oxford University Press